Certamen 2009

 

Graduatoria:

 

1° classificato: Edoardo Mancini - Liceo Classico D'Annunzio - Pescara

2° classificato: Antonio Farina -  Liceo D'Ovidio - Larino

3° classificato: Gaia Iappelli - Liceo Classico Cneo Nevio - S. Maria Capua Vetere 

 

Menzioni speciali

 

Giulia Marini - Liceo Classico Leone XIII - Milano

Elena Coppo - Liceo Classico Tito Livio - Padova

Francesco Mazza - Liceo Scientifico Galileo Galilei - Macerata

Gianmarco Soletti - Liceo Scientifico Galileo Galilei - Poppi (Arezzo)

Giulia Dovico - Liceo Classico Marchesi - Padova

Selene Rigato - Liceo Classico Canova - Treviso

Giulio Braini - Liceo Scientifico G. Parodi - Acqui Terme

Bianca Montanari - Liceo Classico C. Colombo - Genova

 

 

 

 

Tito Livio VIII 21

 Cum ipsa per se res anceps esset, prout cuiusque ingenium erat atrocius mitiusue suadentibus, tum incertiora omnia unus ex Priuernatibus legatis fecit, magis condicionis in qua natus esset quam praesentis necessitatis memor; qui interrogatus a quodam tristioris sententiae auctore quam poenam meritos Priuernates censeret, 'eam' inquit 'quam merentur qui se libertate dignos censent'. Cuius cum feroci responso infestiores factos uideret consul eos qui ante Priuernatium causam impugnabant, ut ipse benigna interrogatione mitius responsum eliceret, 'quid si poenam' inquit, 'remittimus uobis, qualem nos pacem uobiscum habituros speremus?' 'Si bonam dederitis,' inquit 'et fidam et perpetuam; si malam, haud diuturnam.' Tum uero minari nec id ambigue Priuernatem quidam et illis uocibus ad rebellandum incitari pacatos populos; pars melior senatus ad molliora responsa trahere et dicere uiri et liberi uocem auditam: an credi posse ullum populum aut hominem denique in ea condicione, cuius eum paeniteat, diutius quam necesse sit mansurum? ibi pacem esse fidam ubi uoluntarii pacati sint, neque eo loco ubi seruitutem esse uelint fidem sperandam esse. In hanc sententiam maxime consul ipse inclinauit animos, identidem ad principes sententiarum consulares, uti exaudiri posset a pluribus, dicendo eos demum qui nihil praeterquam de libertate cogitent dignos esse qui Romani fiant. Itaque et in senatu causam obtinuere et ex auctoritate patrum latum ad populum est ut Priuernatibus ciuitas daretur.

 

 

Traduzione vincitrice

 

Dal momento che la situazione era già di per sé incerta, a seconda che il temperamento di ciascuno fosse più feroce o più indulgente verso coloro che cercavano di convincere, allora uno dei messi privernati rese tutta l’atmosfera più tesa, memore più della condizione in cui era nato che della difficoltà imminente; questi, interrogato da un uomo che era fautore di una decisione alquanto funesta, sulla pena che secondo lui i Privernati meritassero, rispose: “Quella che merita chi si reputa degno di essere libero”. Poiché il console si rendeva conto che mediante la fiera risposta del messo si erano fatti più minacciosi coloro che prima avversavano la causa dei Privernati, per suscitare con una domanda accattivante una risposta più tranquilla, disse: “E invece, se vi sottraiamo la pena, che tipo di pace dovremmo sperare che si instaurerà tra noi e voi?” E quello rispose:”Se concederete una pace vantaggiosa, pensate che sarà salda e continua, se proporrete una pace iniqua, siate sicuri che non durerà a lungo.” Allora tuttavia alcuni intendevano minacciare senza alcuna indecisione il Privernate e che da quelle parole le folle sedate fossero aizzate alla ribellione; l’ala più moderata del Senato cercava di indurli a risposte più concilianti e sosteneva che si fosse ascoltata la voce di un uomo per di più sincero: si poteva forse pensare che qualche popolo o uomo in fin dei conti sarebbe rimasto in una siffatta condizione per la quale provasse rincrescimento, più a lungo del necessario? Il Senato riteneva che la pace sarebbe stata sicura allorché di propria iniziativa si fossero sedati, né in quel luogo che desideravano assoggettare si sarebbe dovuto sperare nella fedeltà assoluta. Il console di persona fece propendere le intenzioni soprattutto per questo orientamento e più volte si rivolse agli ex-consoli più autorevoli nel prendere decisioni, affinché si potesse udire in modo distinto dai più che davvero quegli uomini, che non pensavano a nient’altro che alla libertà, proprio confermandolo a parole, fossero degni di diventare Romani. Dunque non solo presso il Senato ottennero il successo nella causa, ma inoltre per ordine dei senatori fu presentato al popolo la proposta di legge che ai Privernati fosse concesso il diritto di cittadinanza